Celebrando il Trap: il giramondo italiano che ha conquistato l’Europa

Ottantadue candeline sulla torta, un traguardo importante e non da tutti, quello festeggiato dal mitico Giovanni Trapattoni, per tutti gli sportivi italiani il “Trap”.

Una vita trascorsa sul rettangolo verde, dove ha macinato chilometri come giocatore e dove ha urlato e fischiato per tanti anni da allenatore sulle panchine di mezza Europa.

Omaggiare un grande uomo ed una leggenda del calcio italiano è assolutamente doveroso, e quindi andiamo a ripercorrere insieme la sua carriera in qualità di tecnico.

Stagione 1974/75: mister Giagnoni in panchina entra in rotta di collisione con Gianni Rivera, Trap fa il secondo e quindi assiste a quel diverbio.

Rivera va oltre, rileva con l’aiuto di Duina il Milan da Buticchi e nella stagione successiva richiama Rocco come consigliere e promuove Trapattoni allenatore del diavolo, ma c’è una grande confusione: non è semplice allenare un giocatore che è anche il patron del club, farlo convivere col gruppo e reggere le pressioni… Trap mostra però tutto il suo carattere e non si fa problemi nel gestirlo. 

Stagione 1976/77, il Trap viene chiamato a guidare la vecchia signora dal patron Agnelli, ed apre il nuovo corso alla Juventus senza rivoluzioni.

Porta con se due guerrieri del calibro di Boninsegna e Benetti, il talento di Cabrini esplode tra le sue mani sapienti nel plasmarlo.

Il duello contro il grande Torino di Graziani e Pulici, stavolta, è vinto dai bianconeri.

Allo sprint saranno 51 punti contro 50, una sfida a ritmi indiavolati e senza alcuna sosta; Scudetto numero diciassette cucito sulla maglia, alla faccia della cabala, e in più c’è l’Europa che chiama. In Coppa Uefa, la finale contro l’Atletico Bilbao finisce in gloria, è il primo successo internazionale bianconero… Che inizio mister Trap!

Successivamente il Trap chiede di acquistare l’irlandese Brady, il quale porta classe e ben 2 scudetti, il terzo e il quarto del l’era targata Trapattoni.

 Nel torneo 1980/81 il Trap gli consegna la maglia numero 10 di una squadra senza acuti, una sorta di cooperativa del gol di cui alla fine l’irlandese sarà il miglior realizzatore, a quota otto centri.

Quello del 1981/82 è il tricolore che vale la seconda stella sulla maglia.

Si risolve a quindici minuti dal fischio finale dell’ultima sfida a Catanzaro: l’irlandese sa già che dovrà lasciare a fine stagione, per fare spazio a Platini e Boniek, ma ha un cuore grande come la sua terra, e un’anima nobile con la quale esce di scena realizzando il rigore che vale il tricolore. 

La stagione seguente con l’arrivo del Roy Platini, si pensa che insieme a Boniek, Rossi, Bettega. In campo sarà spettacolo, ma l’alchimia non funziona esullo scudetto mette le mani la Roma.

L’obiettivo diviene la Coppa dei Campioni, il sogno mai realizzato e ci arriva a un passo, la sua Juve, ma la lascia nelle mani dell’Amburgo ad Atene, il 25 maggio del 1983.

La delusione è forte, Trapattoni è a un passo dall’ abbandonare la nave, ma la società lo ferma, e non sbaglia.

Arrivano Coppa Italia e Mundialito per club, le Roy Michel si risveglia e l’anno dopo segna a raffica e guida il gruppo che mette le mani su campionato e Coppa delle Coppe.

Bel tipo quel francese con la maglia numero 10, con le idee calcistiche pratica mente opposte a quelle del tatticismo del Trap.

Quel 29 maggio 1985 rimane una macchia, allora, è l’appuntamento con la gloria.

Da non perdere per niente al mondo e dovrebbe finire in festa, dovrebbe con il condizionale.

Invece ci sono quegli attimi di follìa e panico incontrollato, ci sono le facce rabbiose dei teppisti inglesi, c’è il disorientamento della polizia belga.

Heysel, Bruxelles: Juventus batte Liverpool 1-0, e trentanove vite spezzate, trentanove corpi portati via in fretta dagli spalti, dopo aver gridato aiuto invano.

La partita si gioca e si vince da part della Juventus, ma come si fa a sorridere?

Arriviamo così all’ anno del commiato, appunto.

Finisce tutto a Lecce, con il sesto scudetto in dieci anni, ed un bilancio finale da far paura: 462 partite a dirigere la Juventus, signora del calcio, dalla panchina.

Il Trap chiude con quei sei tricolori, con due Coppe Italia, una Coppa dei Campioni, una Coppa delle Coppe, una Coppa Uefa, una Coppa Intercontinentale, una Supercoppa ed un Mundialito per club; adesso c’è l’Inter che lo aspetta.

Capitolo Inter a Milano 

Cinque anni trascorsi  a Milano.

Un altro ciclo, forse non continuo come quello bianconero, ma significativo. C’è il segno, c’è la firma d’autore e c’è un record, destinato a restare nel tempo.

L’Inter del Trap, quella dei Panzer tedeschi Matthäus e Brehme, arriva in alto al terzo tentativo. Più in alto che mai: stagione 1988-89, con 58 punti in 34 giornate quando ancora la vittoria assegnava due punti.

Nata da una rifondazione: la prima Inter del Trap registra la delusione-Scifo, intorno alla concretezza dei tedeschi, appunto, all’arrivo in extremis di Diaz al posto di Madjer, alla forza d’urto di Berti a metà campo, alla “scommessa” Mandorlini, che Trapattoni inventa libero in un’annata da incorniciare.

Una squadra da primato, una macchina da gol messa in piedi da quello che viene unanimemente considerato un tecnico che copre e si copre, e che da sempre rifiuta i luoghi comuni sul suo tatticismo prudente.

Il ritOrno alla Juve 

Juve 2.0 un capitolo amaro. 

Accolto come la salvezza dopo la caduta di Maifredi, sulle braci adesso, insieme all’amico Boniperti, bollato anche lui come retaggio di un calcio antico e superato.

I discorsi di sempre: difensivista, noioso, bollito. E il mito del Vincente che si appanna per colpa di una squadra che appare sfibrata e stanca, di un gruppo che per­de la sua forza.

In 3 stagioni on è servita neppure la Coppa Uefa vinta l’anno precedente, stagione 1992-93, mettendo in fila Benfica, Paris St. Germain e Borussia.

Con quel trio d’attacco, Baggio-Vialli-Möller, su cui si puntava tutto per rinverdire i fasti dell’altra Juve, quella che aveva fatto storia con Boniek-Rossi-Platini prima, e Laudrup-Platini-Serena poi.

In Italia vive anche una splendida esperienza con la Fiorentina che sogna in campionato ed in ambito Europeo con le prodezze di Batistuta, fino ad arrivare a guidare l’Italia da CT nel mondiale 2002, dove gli azzurri escono di scena solo a causa di un arbitraggio disastroso di Moreno nella sfida con i padroni di casa della Corea del Sud.

 

Le esperienze all’estero

In Germania sì, Il Bayern Monaco con l’amico Beckenbauer, gente che ci crede ancora.

E allora rieccolo, l’entusiasmo… Arrivederci Italia ed arrivano i successi in Bundesliga.

In quella stagione 1996/97, il Trap festeggia le 1000 panchine in carriera, celebrate al Parco dei Principi il 5 novembre del 1997, durante Paris St. Germain-Bayern, sfida di Champions League.

Dice: e chi mai poteva essere, il primo tecnico straniero in grado di vincere il titolo nella storia della Bundesliga? Risposta troppo facile giusto? 

Il Benfica non vince il titolo da ben 11 anni e vuole andare sul sicuro.

Detto fatto e il Trap nazionale conquista il suo secondo titolo all’estero, dopo quello in Germania. 

Trapattoni si ritrova in seguito allenatore e direttore tecnico del Red Bull Salisburgo, dove nella sua prima stagione è coadiuvato dal suo ex pupillo ai tempi dell’Inter Lothar Matthäus (poi sostituito da Thorsten Fink) e dove il 29 aprile 2007 vive, con cinque giornate di anticipo sulla fine del campionato, il suo ennesimo trionfo da allenatore.

E per il Trap diventano 10, in quattro paesi diversi (Italia, Germania, Portogallo ed Austria) gli scudetti conquistati.

Alla soglia dei settant’anni il richiamo del prato verde è ancora irresistibile.

Ed è proprio la verde Irlanda, complice l’emissario Liam Brady, a convincere il Trap per la sua ultima avventura: portare l’Eire ai Mondiali dopo 16 anni di assenza; un impegno preso come al solito con l’entusiasmo di un ragazzino. 

 

 

 

 

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