UEFA, Boniek (vice-pres): “I 12 club non hanno gestito bene le loro risorse”

Zbigniew Kazimierz Boniek, ex calciatore e da qualche giorno vicepresidente dell’Uefa, ha parlato del tentativo di secessione nel corso di un’intervista concessa al Corriere dello Sport. Queste le parole del polacco.

Intervista a Boniek sulla Superlega

Motivo? «Anche noi abbiamo le nostre colpe ma non sopporto chi trascura i valori dello sport e la verità ».

Cosa è successo?

«Bilanci fuori controllo, gestione dilettantesca della “rivolta” E questa Superlega non sarebbe stata neppure tanto interessante»

Agnelli?

«Ho letto le interviste ad Andrea Agnelli. E ho scoperto che si voleva fare la Superlega per aiutare il mondo del calcio. Mi viene da ridere. Ad avere problemi economici sono proprio quei club lì. Perché non sanno gestire le loro risorse. L’ossessione di vincere ha sconfitto il controllo sui costi. Leggo ancora Agnelli sul vostro giornale: “Le istituzioni sportive detengono il controllo delle manifestazioni, il rischio economico ricade esclusivamente sui club”. Ma scusa, Andrea, perché in anni di esecutivo Uefa non te ne sei lamentato? Senza contare che l’Uefa reinveste i proventi sul movimento».

Boniek sulla Superlega

 

Che cos’è che non la convinceva della Superlega?

«Potrei rispondere per bene se sapessi che cosa avrebbe dovuto essere, questa Superlega. La Champions che abbiamo oggi non è una Superlega? Quelle dodici squadre sono già dentro. Insieme con altre venti. Il punto è che in Champions il merito sportivo è fondamentale e va al di là del business».

 

La Champions è una Superlega, però con le porte girevoli.

«E così dev’essere. Siamo europei, non statunitensi. A parte il fatto che il sistema sportivo americano ha alla base un accuratissimo controllo delle spese, tetto ai salari, contratti blindati e prefissati».

Boniek sul rinnovamento del calcio

Il calcio è impermeabile al rinnovamento?

«No, però ci sono peculiarità storiche e culturali che non cedono il passo a comando. Per esempio: è convinzione comune che i campionati nazionali siano alla base di tutto. Sacri, come il principio di competizione. Lì si misura il merito attraverso il quale si viene promossi alle competizioni europee. Che sono come un ristorante di lusso. Ma non di quelli in cui puoi entrare solo se sei un socio o un amico di qualcuno».

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