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Dalla Groenlandia alla Patagonia, alpinismo e avventura secondo Matteo Della Bordella  

Come lui stesso ha affermato all’inizio della serata, la Patagonia è la seconda casa di Matteo Della Bordella. E lo resta, ci è sembrato di leggerglielo negli occhi nel corso della nostra intervista, anche quando gli aspetti più duri del suo mestiere irrompono sulla scena del successo di un’impresa sognata lungo ed infine realizzata: la gioia del completamento della via “Brothers in Arms” sul Cerro Torre per così dire “sospesa” dall’incidente nel quale – poche ore dopo l’uscita sul “fungo” di ghiaccio della vetta” – ha perso la vita il collega Corrado “Korra” Pesce. Un’impresa inizialmente e doverosamente messa in secondo piano dagli avvenimenti ma di grandissimo valore tecnico ed umano. Molto meglio dare subito la parola a Matteo.

MDB: Sono rientrato da un paio di mesi, anche se in realtà mi sembra di essere tornato ieri da quella che è stata una spedizione veramente importante ed impegnativa. Non solo fisicamente ma anche mentalmente. Siamo riusciti a completare una via nuova sul Cerro Torre, una via alla quale tenevo particolarmente. Non solo perché si tratta del Torre (una montagna mitica che ha fatto sognare generazioni di alpinisti) ma perché la via era nata ed era stata tentata insieme a due miei amici che non ci sono più: Matteo Bernasconi e Matteo Pasquetto. La via che ho portato a termine con Matteo De Zaiacomo e David Bacci quest’anno è per me senza dubbio la più importante in assoluto. Tutto poi è stato complicato dall’incidente capitato a Corrado “Korra” Pesce e Tomás Aguiló, due scalatori che non erano con noi sulla montagna ma stavano chiudendo un’altra via ed hanno raggiunto la vetta insieme a noi. Abbiamo provato con tutte le nostre forze a portare loro soccorso, nonostante fossimo ormai allo stremo delle forze. Portare in salvo Tommy è stato un risultato importantissimo, più del completamento della nostra stessa via. Purtroppo l’avventura non si è conclusa in modo positivo per Korra che è rimasto sulla montagna.

MDB: Noi ci siamo salvati per una questione di fortuna. Quando capitano cose come queste, ti rendi conto che nella vita basta poco ed a volte proprio un nulla per cambiare il corso degli eventi. Per quanto ti comporti nel modo più razionale, sei sempre in balia degli eventi. È andata così anche al Torre. Il confine era sottilissimo: rimanere in vetta per la notte e scendere il mattino dopo oppure farlo subito con Tommy e Korra. Noi abbiamo scelto di pernottare in alto, rimanendo fedeli al nostro piano originale. Però… in ogni caso non si è trattato di un istinto, veramente. Ci sono cose fuori dal nostro controllo… Capitano… e basta!

La spedizione dalla doppia valenza (successo e dramma) dell’ultima estate australe sul Cerro Torre ha occupato una parte per forza di case centrale del quinto appuntamento del ciclo “A tu per tu con i grandi dello sport” ambientato negli spazi dello store DF Sport Specialist al centro commerciale Nuovo Flaminia di Brescia.

MDB: Nelle prime settimane successive al completamento della nostra via le emozioni si accavallavano ed a prevalere erano lo sconforto e la tristezza per la perdita di un amico. Con il passare del tempo ho iniziato – come secondo me è giusto che sia – a cercare di separare le due cose, perché si è trattato di due esperienze radicalmente distinte. È giusto ricordare la nostra via per quello che è stata, per tutto ciò che ha rappresentato ed invece tutto quello che è avvenuto dopo (la discesa e i soccorsi) come un’altra esperienza. Anche se poi è successo tutto molto velocemente e c’è stata appunto una sovrapposizione di eventi e di emozioni. Intendiamoci: prevale tuttora la tristezza per quello che è successo a Korra. D’altro canto, quando mi guardo indietro, alla nostra via, ora riesco a farlo con occhio più distaccato e a dirmi: però, abbiamo realizzato davvero la salita che sognavamo da tantissimo tempo.

Assegnata alla nuova via aperta sul Torre il posto che merita nel suo palmarés e soprattutto nella storia dell’alpinismo, Della Bordella guarda avanti, in particolare verso un nuovo progetto – ancora in buona parte top secret – da perseguire con nuovi compagni d’avventura, ma sulla scorta delle esperienze fin qui maturate e raccontate nel suo libro “La via meno battuta-Tutto quello che mi ha insegnato la montagna” (Rizzoli). Lezioni che Matteo ha disseminato anche nella nostra conversazione, come piccoli appigli lungo… la parete: una via da provare a seguire insomma, la sua. A livello di atteggiamento. Non in senso letterale, s’intende!

MDB: Mettersi in gioco su terreni diversi è per me un’attitudine personale e caratteriale. A me piace cercare sfide nuove, diversamente stimolanti. Per me idee e creatività sono valori attinenti all’alpinismo. Per quanto riguarda lo stile, l’alpinismo himalayano attuale è molto lontano da me. Il tipo di scalata è molto diverso. Senti parlare di alpinisti che procedono verso l’alto lungo le corde fisse: questa modalità è agli antipodi del mio modo di andare in montagna. Noi andiamo in cordata, in gruppi di due o tre amici: per me la cordata è la base e quando sento parlare del singolo alpinista che segue la pista già attrezzata… non mi ci ritrovo assolutamente.

MDB: secondo me una delle cose più belle, e contemporaneamente essa stessa una sfida, è quella di provare a divertirsi sempre, anche nei momenti difficili: è uno dei nostri obiettivi. Per quanto tu vada a fare una cosa che agli occhi di molti può sembrare pazzesca, stradifficile e pesante anche fisicamente (in Groenlandia facevamo quaranta chilometri di kayak al giorno e abbiamo trascorso sei giorni filati in parete), ti devi anche divertire, facendolo. Altrimenti è finita, non vai da nessuna parte. E questo vale un po’ in tutte le spedizioni. Magari è stato più evidente nella spedizione in Groenlandia della scorsa estate, perché insieme ai miei due compagni (l’elvetico Silvan Schupbach e il francese Symon Welfringer) formavamo un team… variegato. Questo è un aspetto dell’andare in montagna che ci deve sempre essere!

C’è spazio anche per un sintetico ma significativo bilancio del più recente progetto di Matteo, da poco portato a termine lungo – ma non in via definitiva – lungo la penisola italiana.

MDB: Come ti dicevo prima, amo mettermi alla prova anche in attività diverse tra di loro. Come ad esempio Climb&Clean, il progetto dedicato alla pulizia delle falesie in giro per l’Italia, la cui seconda edizione si è conclusa un mesetto fa. È un modo per ridare qualcosa alla montagna, perché quando vai in spedizione in giro per il mondo, dalla Patagonia alla Groenlandia, vedi luoghi talmente belli da stimolarti a preservarli così come sono e ad impegnarci a fondo per lasciare alle prossime generazioni un mondo il più possibile pulito e bello, per poterne a loro volta fruirne. Quest’anno poi Climb&Clean è stato ancora più bello perché rispetto alla prima edizione, ancora condizionata dall’emergenza sanitaria, abbiamo potuto condividere il progetto con tanti amici, tanti appassionati. È stato bellissimo andare lontano da casa e trovare tante persone che ti ringraziano per quello che stai facendo, che si uniscono a te, che fanno fatica quanto e più di te e che soprattutto – quando te ne vai – ti dicono: noi continueremo a fare così. Significa che il messaggio è passato. Ora il progetto è un po’ più strutturato, vorremmo portarlo avanti anche nei prossimi anni, in posti nuovi e con qualche idea nuova. Lo scopo è quello di diffondere il messaggio del rispetto e della pulizia e soprattutto farlo attecchire il più possibile tra giovani e meno giovani, in tutta Italia. Più siamo, meglio è!

MDB: Non ci si ferma mai, un’altra avventura è già dietro l’angolo. Non posso ancora svelare esattamente di cosa si tratta. Quello che posso dire è che è iniziata l’ennesima nuova esperienza: sono entrato nel Centro Sportivo dell’Esercito (quasi un… curioso richiamo a “Brothers in Arms”, ndr!) e con la Sezione Militare di Alta Montagna abbiamo in programma di fare una bella spedizione per cercare di raggiungere insieme un bell’obiettivo alpinistico che sveleremo solo a ridosso della nostra partenza. Quindi, come si dice in questi casi, stay tuned!

Ed a noi non resta che aggiungere: The best is yet to come, il meglio deve ancora venire!