Germania umiliata e offesa, ‘raus’ bis come per l’Italia

AGI – C’è una battuta diffusa che da decenni circola nel mondo del calcio. Diffusa nel senso che ne appropriano in tutto il mondo diffondendola come se fosse un prodotto locale. La battuta è questa. Alla domanda: che cos’è il gioco del calcio? Gli inglesi (o i francesi, o i serbi) rispondono: è uno sport che si pratica con due squadra di undici giocatori, un pallone e un arbitro. E in cui, alla fine, vince la Germania. Bisognerà mandarla in soffitta, questa battuta, perchè dopo il Qatar semplicemente non è più vera.

La Germania fuori dal Mondiale dopo la fase a gironi, per la seconda edizione consecutiva dopo Russia 2018, è un fatto molto pesante. La stampa ha parlato di “vergogna” e di “fine di una grande nazione calcistica” (Bild) mentre la Welt ha invitato il calcio tedesco a “smettere di mentire a se stesso”.

Il secondo fallimento consecutivo assimila la Mannschaft alla sua grande rivale europea, l’Italia, che come lei ha conquistato quattro Coppe del mondo e da due edizioni viene eliminata prematuramente: gli azzurri senza neppure qualificarsi (ma con la consolazione dell’Europeo vinto a cavallo tra Russia e Qatar), i tedeschi uscendo nella fase a gironi.

Nelle ore seguenti alla vittoria della Germania contro il Costa Rica magistralmente diretta dall’arbitra Frappart e resa inutile dal successo del Giappone sulla Spagna, c’è stato chi ha azzardato un parallelo socio-politico per certi versi inquietante: così come il successo della squadra tedesca guidata dal leggendario Fritz Walter ai Mondiali del ’54 fu di fatto l’evento che ridiede alla Germania (erano trascorsi solo nove anni dalla fine della guerra) fiducia in se stessa e nella possibilità di avere un futuro, il ko di Doha potrebbe rivelarsi come il simbolo di una leadership europea che non è più tale, anche lontano dai prati verdi del football.

E se ciò fosse vero non sarebbe solo il segno che è la Germania del calcio a doversi reinventare partendo dal giovane Musiala e pochi altri ma tutta la Nazione tedesca a doversi interrogare sul suo ruolo all’interno del continente.

Certo è che l’uscita dal Mondiale è stata per certi versi beffarda. Intanto perchè nel match contro i centroamericani il predominio è stato per tre quarti di gara assoluto; e poi perchè, alla fine, l’eliminazione è arrivata a causa di un paio di millimetri, forse meno.

Quelli della linea di fondo campo occupati da un pallone che nel match contemporaneo Spagna-Giappone, il giapponese Mitoma ha passato a Tanaka permettendogli di segnare il gol del 2-1. In epoca pre-Var quel pallone sarebbe stato giudicato ampiamente fuori campo e di conseguenza il gol di Tanaka non sarebbe mai arrivato.

A peggiorare il clima da fine dei tempi ci si è messo anche chi ha ritirato fuori dal cilindro un vecchio adagio che nel terzo turno dei gironi mondiali spunta sempre fuori: quello del “biscotto”, cioè un più o meno tacito accordo fra le parti che avrebbe permesso, con la vittoria del Giappone, ai nippo e alla Spagna di passare entrambi il turno escludendo dalla fase a eliminazione diretta la Germania: che sarà anche scombinata ma è pur sempre la Germania e scivolando via i giorni avrebbe potuto anche risorgere

La realtà è che fra due anni andranno in scena proprio in Germania gli Europei ed è difficile immaginare oggi che la nazionale si presenterà all’evento con una squadra pronta a conquistare il titolo in casa, centrando l’obiettivo che fallì ai Mondiali del 2006 per mano dell’Italia.

La Bundesliga è dominata da un solo club, il Bayern, e questo, nonostante il favore che accompagna il Lipsia e l’exploit dell’Eintracht di Francoforte in Europa League, non è un fattore che favorisce la crescita di nuovi talenti. Da oggi la Germania vive il suo anno zero, l’equivalente calcistico di quello (assai più drammatico) che Rossellini raccontò nel suo celebre film del primo dopoguerra. E potrebbe non essere breve.