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La mossa “no vax” di Djokovic pensando alla sua Serbia

AGI – Tra Grande Slam e Grande Serbia Novak Djokovic potrebbe avere già scelto. Al di là della sentenza della Corte federale che domenica, al termine del weekend più al sapor di thriller della storia tennistica, dirà se il numero uno del mondo può restare in Australia e giocare il primo turno contro Miomir Kecmanovic (un serbo al secondo turno comunque ci sarà), o dovrà tornarsene a casa senza poter rientrare per ben tre anni nel paese di cui ha provato a infrangere le regole Covid.

A quel punto l’addio al sogno del Grande Slam, già sfumato quest’anno, sarebbe definito, sempre che i suoi avvocati non riescano a trovare un varco legale anche rispetto alla cacciata triennale.

Ma nel futuro dell’uomo che comunque vada a finire questa guerra legale, politica e tennistica che sembra un film (non a caso Netflix si è già messa al lavoro per una serie), sarà ahilui ricordato più per questa vicenda da detenuto in attesa di giudizio (Nole è di nuovo rinchiuso nell’hotel dei rifugiati) che per i venti Slam vinti, oltre al tennis c’è sicuramente dell’altro.

A fornire la chiave di lettura dell’intricata vicenda di cui il no vax ormai più famoso del mondo è protagonista assoluto in Australia, ci ha pensato suo padre Srdjan, in un incontro stampa durante il primo soggiorno obbligato del figlio nell’hotel per rifugiati.

“La Serbia è Novak, Novak è la Serbia” ha tuonato Djokovic senior. Una sovrapposizione fra personaggio e nazione che esce decisamente rafforzata dal caso Australia e a cui si potrebbe pensare che il tennista numero uno del mondo abbia guardato dal primo momento. Facendo della sua trasferta australiana e della sua strenua resistenza al vaccino e alle regole non un incredibile errore di comunicazione capace di minare la sua carriera, ma forse, un formidabile strumento su cui fondare il suo futuro post-tennistico. Ormai vicino, considerando le 35 candeline che spegnerà il 22 maggio prossimo.

Ma ci vuole un passo indietro. La Serbia, paese in cui lo sport è il complesso di simboli prediletto dal nazionalismo, ha vissuto un 2021 da incubo soprattutto per mano dell’Italia, fra l’altro. Nell’amatissimo basket la Nazionale ha fallito l’accesso ai Giochi di Tokyo perdendo il match decisivo (a Belgrado) contro gli azzurri di Meo Sacchetti. Una botta tremenda.

Nel calcio ha fallito l’accesso agli Europei perdendo (a Belgrado) il match decisivo di qualificazione per mano della Scozia al quinto calcio di rigore. Nel volley maschile la Nazionale (campione d’Europa) era stata battuta dall’Italia 3-0 ed esclusa nel 2020 dai Giochi nel Preolimpico di Bari ed è stata sconfitta dalla Bulgaria guidata grande tecnico italiano Silvano Prandi, nel successivo torneo che avrebbe potuto riportarle nel gruppo olimpico.

E la squadra del volley femminile? Ha perso la finale dell’Europeo (a Belgrado) contro l’Italia di Paola Egonu e socie. Pure lo stesso Nole, partito per centrare il Golden Slam (i quattro majors più l’oro Olimpico) è crollato contro Zverev ai Giochi e contro Medvedev in finale a New York.

Mai come in questo momento la Serbia ha bisogno di un leader totale e Djokovic è inteso così dai suoi connazionali e sicuramente non solo per i venti Slam vinti. E’ l’uomo che incarna un sentire comune e, perché no, potrebbe pure candidarsi a guidarlo, quel sentimento. Il minimo comune denominatore della sua vita è questo, per il resto si adatta alle situazioni.

Leader del neo veganismo-sportivo (nel gruppo c’è anche anche Lewis Hamilton) e dunque almeno idealmente simbolo di un approccio non da maschio alfa alle cose della vita, ma contemporanemente capace di andare a cena e farsi fotografare con Milan Jolovic, ex comandante dei Lupi della Drina, formazione militare che partecipò al massacro di Sebrenica.

Non esattamente un pacifista vegano. NoVax convinto ma non dichiarato che però dona un milione di euro a Bergamo, città martire del Covid. Dominatore del tennis mondiale per anni nel board Atp capace però di fondare pochi mesi fa (con il canadese Vasek Pospisil) la PTPA, una sorta di “corrente” concorrente di Atp, tesa, nelle dichiarazioni dei fondatori, a combattere per ottenere maggiori premi e opportunità per qui giocatori (dalla centesima posizione in su) che sono professionisti ma che col tennis non campano o quasi. Ma che molti ritengono sia un tentativo di opporsi al peso che le famiglie Nadal&Federer hanno all’interno di Atp.

Nole che si fa fotografare con i bambini (è successo anche a dicembre mentre era già positivo al Covid) ma rischia di decapitare un’incolpevole giudice di linea scagliando una pallina a duecento l’ora per rabbia facendosi squalificare dallo Us Open nel 2020.

Djokovic è tutto questo e, per dirla come suo padre, tutto questo è la Serbia. Ecco perché è difficile non pensare a lui con un ruolo ben superiore a quelle di ex tennista nel prossimo futuro. L’identificazione fra lui e una nazione riporta alla mente (pur muovendo da presupposti diversi) quella di George Weah con la Liberia: uno sportivo leader che riassume nei suoi gesti il mood di un Paese e alla fine arriva a comandarlo. E la sensazione è che ogni passo che potrebbe apparire falso ai più, nel suo prossimo futuro potrebbe non essere altro che l’ennesimo mattoncino posato nella costruzione di questo progetto.